Kalaris’s Blog

Avremmo perduto la memoria stessa insieme alla lingua, se il dimenticare fosse in nostro potere come il tacere. Tacito

Archivio per novembre, 2008

Etimologia del nome: Siligo.

Siligo è un comune in provincia di Sassari. E’ abitato da circa 1012 abitanti e fa parte della antica regione del Meilogu. Il nome è documentato nei condaghi di San Nicola di Trullas e di San Michele di Salvenero dal XII-XIII secolo. Diverse le forme con cui il paese viene citato, ricorderemo Siloque, Siloghe, Syloge. Divenne in epoca moderna Siligo. Pare che l’origine del suo nome sia da far risalire all’etimo latino siligo-ginis che indicava le buone messi, e in ambito commerciale indicava un frumento di ottima qualità. E’ forse possibile che in antichità la cittadina si fosse distinta per la qualità del proprio grano, o l’abbondanza di questo stesso, ereditandone dunque il nome.

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Curiosità.

Se la vostra vita fosse un piatto di spaghetti al sugo, la curiosità sarebbe la spruzzatina di parmigiano che li colora, la grattatina di bottarga sulla vostra pasta in bianco, la panna sulla vostra cioccolata. La prima che s’assaggia, l’ultima che si dimentica. A ciascuno la libertà d’abbondare, o di tenersi in una perenne privazione mentale.

K.

Julia Carta

Di tutta questa storia, vecchia cinquecento anni, la cosa sorprendente è che sia accaduta per davvero, e che sia accaduta ad una donna che assomigliava a tante altre, in un paese a tutt’oggi esistente, che non era dissimile in nulla dai suoi fratelli paesotti che sul finire del ‘500 abbondavano nella arida terra sarda. Siamo a Siligo. E’ il 1596 quando i fatti prendono a susseguirsi troppo rapidamente per non intimorire e sappiamo che la nostra storia inizia il 14 di Ottobre. Siligo è una piccola cittadina che non dista poi tanto da Sassari, dirimpettaia di Thiesi, Ittiri, Mores, Otzieri, Ploaghe. La possiamo per giunta immaginare questa Siligo, fredda d’inverno, afosa nei mesi estivi, come accade per le arroccate cittadine dell’isola. E’ qui che i fatti si svolgono, eppure non è qui che la nostra protagonista è nata. Nasce mas o menos, come gli atti dell’Inquisizione riportano, 34-35 anni prima che gli avvenimenti precipitassero e la città natale è Mores. Farà il proprio ingresso in Siligo quando a 25 anni sposa un vedovo che dal precedente matrimonio ha ereditato un figlio. Lo sposo si chiama Costantino Nuvole, e in quei dieci anni di matrimonio che seguiranno, lei gli darà sette figli. Tutti morti. Ad eccezione di uno, l’ultimo. Che all’epoca dei fatti ha quattro mesi. La madre domanderà di portarlo in carcere con se per meglio curarlo, perché sentiva il cuore scoppiargli in petto standogli lontana. E gli verrà consentito. Il suo nome è Juan Antonio. Di se all’inquisizione dirà d’aver appreso dalla madre a cucire, filare e tessere, come ogni buona donna sarda che si rispetti, dirà di far parte di una famiglia di umile estrazione, fatta dal sudore di contadini e muratori. L’eccezione illustre è rappresentata da un parente che prende la via della chiesa e diviene canonico. Motivo di vanto per le famiglie d’allora. E racconterà pure d’essere figlia di Salvador Casu e di Giorgia de Ruda Porcu Sini. Racconterà di chiamarsi Julia Carta, seppure il nome completo della nostra prima donna è Julia Carsu Masia Porcu. Passerà alla storia perché denunciata da un commissario del Santo Officio, Baldassar Serra y Manca. Per intenderci il sacerdote e parroco di Siligo. Eretica e strega, così la chiamarono quando, il 14 di Ottobre del 1596 qualcuno bussò alla sua porta. E la storia, che di fantastico ha solo il fatto d’essere giunta fino a noi.. prende avvio.

Segue…


Immagine di

Claudia Zedda

Regali..

E’ trascorso qualche giorno. Da quando avrei dovuto scrivere. Eppure nella mente avevo perfettamente disegnato ciò che avrei detto. Ma i pensieri hanno il grande difetto di volare via se non li si stringe a qualcosa. E io sono solita legarli alla carta. Sono arrivati pure i 29. Ho di me il ricordo di una bambina seduta in macchina. I miei, nei posti anteriori e io che fantasticavo di quando nel 2000 avrei avuto 21 anni. E mi facevo, nella mente di bambina una adulta rifinita. Che possedeva ciò che desiderava e che era in pieno possesso della propria vita. In verità li sto ancora aspettando quei Ventun’anni. Ma non ditelo a quella bambina.

No che non me li sento addosso tutti questi anni. Credo d’aver interrotto il mio processo di crescita intorno ai Ventiquattro anni. Allora ero quella che sono adesso. E ogni anno che mi si stende addosso è un velo di felicità in più, un velo di stanchezza che si somma agli altri, un velo di speranza che svolazza battuto dallo scirocco di casa mia. E’ caldo questo vento, ed è il solo che può trasportare il profumo di un sogno, la forma di un desiderio.

Non amo quel giorno. E non perché un anno di più ti si appiccia in dosso. No. Semplicemente la risposta la potrei trovare nel fatto che non ho mai amato essere protagonista e in quel giorno, volenti o nolenti lo si è. E tutti ti guardano come se s’attendessero qualcosa, si ma cosa? E io regalo un sorriso ed uno scherzo. Forse è questo proprio che desiderano. A me è stato donato l’ennesimo incontro con l’editore. La data della presentazione è stata fissata. Il luogo e l’ora non sono più un segreto. Dovrò far una stima dei presenti che occuperanno la sala, tenermi pronta per qualche intervista, rendermi disponibile per qualche manifestazione. Ricordarmi che avrò un piccolo spazio in una loro radio e certo, di che ti sorprendi Claudia? Pure in una loro piccola tv privata. Sarà terrificante. Sarà bellissimo. La mia unica paura. Che passi, e che lo faccia troppo rapidamente. Mi riempirò gli occhi del momento. Il cuore delle sensazioni e la mente delle immagini. E questo che si fa quando si vuole trattenere il profumo di un attimo.

In quella sera stessa mi hanno pubblicato il primo articolo che ora ingrassa una piccola rivista on line, come se si sapesse che in quel giorno Claudia avrebbe dovuto ricevere qualche regalo. Curiosateci. In quell’articolo c’è una parte di me. Esiste una parte di voi. Il gioco sta tutto nel ritrovarla.

Ho la mia Moleskine. L’agenda che fu di Hemingway, l’agenda che fu di Picasso. Un po’ una consacrazione. E quando gli altri mi vedono cosi eccitata per una agenda tutta nera, semplice, simile a tante altre io sorrido, perché non è da tutti riuscire ancora a gioire per le cose semplici che si ricevono. E’ questo il segreto. Non dar per scontato mai.. niente.

Ho perduto pure qualcosa quel giorno. Ma era un’illusione. La più bella che abbia mai avuta. Un arrivederci, che ho sussurrato perché avevo fin troppo timore di sentire la mia voce. Starà li. A sonnecchiare fra le mie braccia. Perché capita delle volte, che certe illusioni ti si aggrappino al cuore e per quanto tu faccia per strapparle via.. Ti staranno sempre appresso. Buona notte..

Claudia

 

http://www.mediterraneaonline.eu/it/08/view.asp?id=370

A notte fonda..

A notte fonda si pensa meglio. Non ve lo avevano mai detto? 

Peccato che poi, a mattina piena si vada in giro con delle occhiaie che ci fanno pensare che il fondotinta pagato sempre troppo, non serva a niente.

A notte fonda penso meglio da che io mi ricordo … d’aver pensato.

Sono giorni frenetici. Faccio tanto, faccio tutto quello che ho sempre desiderato di fare. Faccio e ho una tremenda paura che il tempo non sia mai abbastanza. E mi accompagna quella strana consapevolezza che ognuno si porta dietro, che ci sussurra ogni giorno, silenziosamente, senza parole, che il nostro tempo è sabbia, e la nostra vita è la clessidra entro la quale scorre. 

Quando ripenserò a questi giorni, magari con desiderio e nostalgia, ricorderò di quel vago sentore di disordine mentale che firma ogni ora delle mie giornate. E non ha importanza quante agendine io possa avere, e non fanno la differenza tutti i post-it che io possa appicciare ovunque.. questo fare, e fare tanto fa si che la mia mente si confonda, genialmente, al caos, fondendosi in un amalgama di tutto e di niente.

E stranamente l’immagine che mi frulla nella testa è quella di me, seduta difronte alla piccola e borghese vetrata che sta in salone da che esiste, difronte a quel portatile accomodato sul tavolo di legno invecchiato con me. Mi vedete? Il portatile è nero. Sulla porta usb ho collegato una lucetta che illumina a giorno la stanza. Mi vedete meglio? Ecco. Levo gli occhiali. Li poso sulla tastiera. Mi massaggio gli occhi. Perchè a fine giornata fanno male. Lo sapete no? E’ quell’immagine che mi frulla per la mente, di me, che mi rende felice. Perchè a fine giornata sono stanca, e ho la sensazione di non aver fatto tutto quello che avrei dovuto. Eppure ho fatto.. ciò che amo fare. Confodermi con la carta. Essere foglio bianco. Essere inchiostro. Essere parola.

Essere, e continuare a farlo, pur quando sarà terminata la sabbia, o il vetro della clessidra si sarà rotto. Perchè forse, ancora allora, un foglio parlerà di me, e una parola profumerà d’una mia speranza.

A notte fonda si pensa meglio.. e dopo aver pensato a lungo, si sogna fino a tarda mattina.

Claudia Zedda 

La Copertina

Quando ti presentano la copertina, indietro, ti dici, non si può più tornare. E per tenervi aggiornati in merito ai passi percorsi per arrivare a quello che poi sarà l’apparire del mio libro, vi mostrerò come doveva essere ad esordio, come ha tentato di diventare, ed infine come è, in largo anticipo e in assoluta prima visione. Avrò in mano le mie belle dieci copie per il 20 di Dicembre, ma differentemente da come pensavo, il libro sarà in vendita solo dopo la presentazione ufficiale. Tanto meglio, sarebbe stato strano in effetti, che il pubblico ne sapesse piu di me, in merito ad un libro che dovrebbe essere in presentazione. A guardare le foto degli altri autori che si sono cimentanti prima di me, mi vien un brivido di quello che comunemente viene definito panico. Ma in effetti sarà meraviglioso. Sarà come guardare in faccia al mio sogno, e raccontargli di come ho dovuto fare, perchè divenisse vero.

 

 Ai posteri l’ardua sentenza.

Claudia Zedda